Racconto "Un pallone per la tregua", Rivista Cooperazione

03.11.2023

Oggi è la vigilia di Natale e l'ultimo bombardiere è appena rientrato alla base, per i festeggiamenti. Ma qui, nella nostra città semidistrutta, attorno alla piazzetta, c'è uno strano movimento di uomini armati, tuttavia non più intenzionati a sparare.

Un nostro uomo, Abdel, che stava seduto su un cornicione caduto di una palazzina, ha trovato un pallone da calcio intatto, di un vivace color rosso, probabilmente caduto da qualche terrazzo spezzato. Si è messo a palleggiare in centro alla piazza, osservato con stupore dai suoi e anche dagli avversari che lo additano. Al giovane si aggiungono presto Kahil, Gobran e Tarkiv. Iniziano a scambiarsi qualche passaggio ravvicinato, poi sempre più distanziato, finché un lungo tiro sbilenco scavalca uno dei quattro e rimbalza proprio di fronte a un drappello di avversari. Uno di questi, con un gesto inatteso e preciso, stoppa il pallone con i piedi e ride soddisfatto. Poi invita gli amici a seguirlo. I combattenti si avvicinano ai giovani locali.

"È la vigilia di Natale oggi, ragazzi", dice il soldato. "Vi propongo una tregua, una pausa momentanea nei combattimenti."

Abdel capisce le sue intenzioni ma non si fida molto di quegli uomini.

"Questa guerra non si deciderà né qui né oggi…", afferma allora l'uomo.

"D'accordo", risponde Abdel. "Benché non pratichiamo lo stesso credo, rispettiamo le festività di tutti i popoli."

"Giochiamo una partita di calcio?", propone Gobran.

Gli avversari si consultano un attimo con gli sguardi.

"Non tutti i miei uomini saranno d'accordo di giocare con voi", ammette l'ufficiale. "Ma si può tentare. Forse questo ci aiuterà a superare un po' le ostilità. Almeno per oggi…"

Si predispongono due squadre. L'una di fronte all'altra. Gli avversari contro i locali. Non vi è traccia di armi in campo, solamente un pallone rosso e divise polverose. La folla si assiepa attorno al campetto improvvisato tra le macerie e un fischio tra i tifosi dà l'avvio alla partita. Gli uomini iniziano a correre, sgambettano col fiatone, si passano il pallone con tocchi nervosi e poco precisi. A contatto con gli avversari non mancano però le scorrettezze: un calcio negli stinchi, una manata in schiena o sul collo, una gomitata. Le azioni si sviluppano a singhiozzo, spesso sono interrotte da brevi zuffe. Qualche tiro in porta incita la folla che applaude, grida, fa versi. Le azioni si snodano a tutto campo. Alcuni avversari più nervosi hanno atterrato Kahlil e Gobran e si avvicinano decisi alla porta nemica. Il povero portiere, Samir, viene a sua volta messo giù da uno di loro che poi infila con facilità il primo gol. La folla grida di giubilo e di rabbia, si scatena una breve rissa tra il pubblico. Anche Abdel si scaglia contro il forestiero.

"Non è giusto! Questo non è il gioco del calcio!"

"È la guerra, ragazzo!", ridacchia il soldato. "Non l'hai ancora capito?"

"Andiamocene!", ordina Abdel ai suoi. "Così non si può giocare!"

"Mi dispiace", si sente gridare il capo dei ribelli mentre si allontanano. "Come vedete, non tutti sono ancora pronti a fare la pace…"

Uno degli avversari prende il pallone e lo scaglia con un calcio lontano, tra le macerie, dove un gruppo di ragazzini sta rovistando in cerca di qualche gioco, un libro, un peluche, un oggetto con cui passare il tempo ora che c'è la tregua.

Il pallone fiammeggiante li raggiunge come un dono del cielo. Festanti si mettono a gridare e a correre fino a raggiungere il centro della piazza, ormai sgombra di uomini. Come per magia, quella visione suscita l'arrivo di molti ragazzini da ogni dove, tra cui i figli degli avversari, che i padri non riescono a trattenere.

Bambini, ragazzi e ragazze, si schierano in due squadre miste.

"Ma cosa fate?", gridano alcuni genitori avversari. "Non potete giocare con loro, nella stessa squadra!"

"Giocano assieme! Giocano assieme mescolati!", gridano alcuni con stupore. "Non si era mai visto!"

"Sarà la magia del Natale", commenta Abdel, dentro alla folla coi suoi amici. "In fondo, è solo una partita di calcio…"

"Forse, è qualcosa di più…", commenta il capo dei soldati avversari.

I genitori, apprensivi, si avvicinano ai limiti del campetto. Quei ragazzi smagriti e polverosi hanno ritrovato l'allegria, una nuova luce in volto, giocano come se non esistesse un domani, tra quelle rovine provocate dagli adulti, dai loro padri. Non si conoscono, sono di religioni diverse, usi e costumi differenti, alcuni parlano persino un'altra lingua, ma giocano assieme, disciplinati, si passano il pallone, corrono avanti e indietro, cercano i compagni di gioco sulle ali che lanciano i palloni nel centro. I portieri sono abili a intercettare i tiri e a rilanciare in avanti. Tutti i genitori, indistintamente, iniziano ad applaudire. I lineamenti dei loro volti si sono rilassati. Gli occhi si sono fatti lucidi.

Liberato dall'ala destra un ragazzo del luogo si accentra rapidamente e fionda il pallone in rete, segnando il primo punto. I ragazzi festeggiano tutti, anche chi ha subito il gol. Gli adulti applaudono sereni. Pochi minuti dopo alcuni forestieri creano un'azione fulminea, un lungo lancio che arriva sulla testa del più grande di tutti che insacca il pareggio. Nuovo giubilo della folla. Abbracci dei ragazzi in campo.

"Sei bravo a giocare a calcio", dice un locale allo straniero. "Dopo la guerra puoi giocare con noi…"

"Sarà un piacere!", risponde il ragazzo. "Ma voglio delle vere magliette da calcio, basta con le divise militari!"

Si procede per azioni sempre più improvvise. Una ragazza del luogo riesce a scartare ben tre giovani avversari, suscitando applausi e qualche buuuh divertito.

"È mia figlia!", grida un padre commosso. Gli altri ridono e applaudono.

Il pallone finisce poi tra i piedi del capitano che scaglia un forte tiro rasoterra dentro la porta, riportando in vantaggio la sua squadra. Nemmeno due minuti più tardi gli avversari, manovrando in modo inatteso in mezzo al campo, fingono la ripartenza sulle ali e s'involano da soli verso la porta rivale. Scartato anche il portiere, riportano la parità con grande allegria del pubblico che dimentica sempre di più le rovine tutt'attorno.

La partita va avanti per più di un'ora, con gol da una parte e dall'altra, ma il risultato si fissa sempre sulla parità. La stanchezza inizia a diffondersi tra i vari giocatori. Il pubblico si è stretto sempre di più, e si è fatto più taciturno, pensieroso. Gli uni fissano "gli altri", a gomito a gomito, e si chiedono se la guerra non sia una grande partita di calcio che nessuno potrà mai vincere.

La sera sta calando sulle macerie della città. Alcuni adulti hanno acceso delle candele, che hanno allineato sui bordi del campetto. C'è un'atmosfera magica, adesso. Le fiammelle riscaldano le mani di tutti gli uomini, ma anche i loro cuori. I ragazzi e le ragazze, mescolati, continuano a giocare e ad abbracciarsi. Gli adulti si siedono e iniziano a stringersi la mano, a pregare insieme, ognuno nella sua lingua e secondo il proprio credo. È bello pregare per la pace mentre i ragazzi giocano a calcio, allegri e spensierati. È forse questa la magia del Natale, pensano tutti. Il futuro è in mano a questi ragazzi e a queste ragazze, col loro pallone fiammeggiante che rotola indifferente nella polvere della sera. Di loro è il mondo. Di loro e dei loro giochi spensierati.


COPYRIGHT GERRY MOTTIS - Nessuna riproduzione possibile!